Blenio Café
UN ASILO NIDO IN VALLE DI BLENIO?
erika
am: 11.3.2009 2:09
All'ultima frase di Ursula permettetemi di aggiungere:
... e anche perchè quei pochi uomini che vogliono o possono interagire nella gestione della prole ed eventualmente fare in parte "il casalingo", alle nostre latitudini vengono spesso derisi e scoraggiati (provare per credere! Conosco un paio di casi).
E qui diventa una questione di mentalità in generale. I tempi - in questo caso - non sono molto cambiati.
Saluto tutti.
Erika
Ursula
am: 11.3.2009 0:25
Cinzia ha descritto molto bene la situazione a cui -per quanto riguarda il mondo del lavoro- sono confrontate le donne, e di come il mestiere della casalinga è spesso poco considerato nonostante la sua complessità e utilità. Trovo molto bella questa testimonianza perchè è solo parlandone che si può vedere e affrontare il problema, non fingendo che non esiste.
E come afferma Gina, con la quale condivido tutto quanto ha detto sul tema, spesso sono i lavori a connotazione femminile (lavori dove si trovano in maggioranza donne) ad essere poco valorizzati, pagati o precari.
La società non è ancora abituata a vedere le donne sul mercato del lavoro come lo è per gli uomini, e questo porta spesso a porre giudizi di valore su come e quanto una donna madre deve lavorare e come deve organizzarsi con i figli. In realtà la questione della gestione della prole dovrebbe riguardare entrambi i genitori; come detto oggi ci sono uomini che interagiscono in questo senso, o che lo vorrebbero, ma accade ancora troppo poco. E questo perchè non sono tanto gli uomini a non volerlo, quanto piuttosto la struttura sociale, la politica in materia di famiglia e il mercato del lavoro a impedirlo.
Gina
am: 9.3.2009 18:48
È questo il nocciolo della questione: il lavoro di casalinga è fortemente sotto valutato, come lo sono anche altri lavori, per lo più "manuali" o sociali, e spesso "femminili": le maestre (quasi sempre donne) di una scuola materna guadagnano meno di altri docenti, le infermiere, le parucchiere, le sarte, le cassiere, e poi le donne di pulizia - devono essere maggiormente considerate per il loro servizio alla nostra società. E il lavoro prestato come casalinga ed educatrice dei propri figli dovrebbe essere considerato come esperienza lavorativa a pieno titolo, e non come un semplice buco nel curriculum. Ma così non è...
cinzia
am: 9.3.2009 16:13
Non c'è molto da aggiungere a quanto scritto da Ursula e io sono in quella situazione in cui non mi è possibile lavorare perché ho ancora un bimbo piccolo e nessuno che possa tenermelo a lungo. Io ho sono "ferma" da 10 anni, e mi chiedo a cosa potrà mai servirmi il mio diploma di impiegata di commercio quando potrò ritornare nel mondo lavorativo, a 40 anni, che per i datori di lavoro è un'età da nemmeno più prendere in considerazione. Se a Ursula dicono che 3 anni senza lavorare sono già molti, a me non aprono nemmeno la porta. Così la maggior parte di noi donne deve accontentarsi di andare a fare le pulizie a privati o a scuole, ecc, unicamente perché nessuno le rivuole nel mondo del lavoro a cui appartengono. Sia chiaro che ho un grande rispetto per chi fa questi lavori, ci mancherebbe, chi di noi donne non lo fa tutti i giorni! Il concetto è solo che molte di queste donne hanno un diploma in mano che purtroppo non serve più loro a niente, e per mandare avanti la baracca si adeguano, come sempre!
In fondo il "mestiere" di casalinga comprende diversi rami: mamma (occupazione 24h al giorno!), donna delle pulizie, lavaggio e stiratura biancheria, amministratrazine della casa (che implica fare la spesa, fare i pagamenti a fine mese, magari anche la dichiarazione d'imposte e tutti quei lavori amministrativi che ci sono in una casa, e che non son pochi), ecc.ecc. ma chi sa valorizzarli veramente?
Ursula
am: 8.3.2009 1:24
Aiuto Alfiero, che immagine catastrofica della società stai dando! Ti pare forse che io abbia fatto un ragionamento non umano e antropologico (che paroloni difficili)? Io ribadisco che mi distanzio da queste posizioni romanzesche di una società che va a catafascio, o di valori che vanno scemando. Mi distanzio come già detto da un’immagine dell’asilo nido come spauracchio colpevole o complice della deresponsabilizzazione della famiglia, o di una struttura che utilizza chi vuole mantenere alti gli standards o chi non ha altra scelta. La realtà è ben diversa. L’asilo nido è uno degli strumenti utilizzati per permettere di conciliare vita familiare e lavoro.
Rispetto sia chi - una volta genitore - decide di stare a casa sia chi decide di andare a lavorare, e rimango dell’avviso che entrambi vadano sostenuti nella loro libera scelta, che oggi ancora libera non è.
Perché mai una o uno non può fare un part-time a Bellinzona e portare il suo bambino all’asilo nido, tanto più se ha la fortuna di averne uno in valle? Guarda che se vuoi essere nel mondo del lavoro, per bisogno, perché fa parte della tua persona o per altri motivi, ti devi svegliare e fare sacrifici, mica puoi pretendere che ti arrivi il lavoro sotto casa. L’ alternativa qual è, il non andare a lavorare? Si ritorna al problema: chi vuole e/o può sta a casa, ma chi non vuole e/o non può deve andare dove il lavoro c’è. E ritengo semmai positivo una persona che lavora part-time fuori valle, e sceglie nel contempo di rimanere in valle a vivere e a metter su famiglia.

Ovviamente nessuno dice il contrario che nelle valli si debbano creare posti di lavoro ecc. ecc., questo credo che nessuno lo neghi. Ma guarda che purtoppo la realtà per le persone delle valli è che se vogliono lavorare devono spostarsi per lo più, in particolare per certe professioni che in valle non esistono.
Sono d’accordo che si deve lavorare anche in questo senso (vale a dire aumentare posti di lavoro) ma una politica in materia famigliare la devi pure fare nel contempo, o no?! E poi cosa centra questo? Un asilo nido è indispensabile anche a gente - e forse in maggior misura - che lavora in valle, mica devi andare fuori valle per averne bisogno.
Io non ho mai dovuto ricorrere agli asili nido perché ho la fortuna di avere una rete familiare buona e perché fino a quando mio figlio ha compiuto tre anni sono rimasta a casa. Ma poi, quando ti tocca entrare nel mondo del lavoro e ti presenti dicendo che da tre anni hai fatto la casalinga, è il mondo del lavoro a considerarti non attiva, sono i datori di lavoro a risponderti “ah ma allora non ha nessuna esperienza professionale in questi ultimi tre anni”, è il datore di lavoro a metterti in secondo piano rispetto al pinco pallino di turno che arriva con un curriculum vitae che indica che ha lavorato al 100% negli ultimi anni. Chi credi che prendano in questo caso? Ho tentato più volte durante i colloqui di lavoro di sottolineare che fare la casalinga implica competenze a diversi livelli, come quello di gestione e di cura delle persone che ti stanno vicino, e che significa organizzare la vita della propria famiglia e magari occuparti dei parenti, che fare la casalinga a tempo pieno è un lavoro non facile… ti lascio immaginare che impatto possano aver avuto queste considerazioni.
A non valorizzare il ruolo della madre casalinga non sono certo le donne che hanno deciso di andare a lavorare, perché queste sanno benissimo cosa significa fare la casalinga. A svalorizzare tale mestiere è la società.

Ma poi credi davvero, cito la tua frase, “che il ruolo di mamma, più non è abbastanza valutato nella società”? E questo perché, a tuo dire, ci si affanna a fare delle donne una forza lavoro? Boh, lascio la riflessione a chi lo desidera. Rammento nel frattempo che non è la società dell’individualismo come la chiami tu ad aver fatto delle donne una forza lavoro.
Le donne lo sono da sempre una forza lavoro, purtoppo mai veramente riconosciuta. E la società di ogni tempo e struttura si è appoggiata su questo lavoro femminile, spesso sfruttandolo. Daltronde la festa dell’8 marzo vuole ricordare la tragedia avvenuta a 129 donne, in maggioranza mamme, che lavoravano in un’industria in terribili condizioni, e parliamo del 1908.
alfiero
am: 7.3.2009 23:50
Salve,
condivido pienamente quanto dice Erika.

Per la verità l’asilo nido non è proprio il mio campo di discussione, perché mi trovo “sull’altra spiaggia”: quella delle persone sole, benviste dal fisco perché rendono, e dalla socialità perché costano poco, condannate ad essere “diversamente uguali”, se pensiamo al sostegno che viene dato al diritto, pur legittimo, di ogni coniuge di potersi realizzare al di fuori della famiglia, famiglia che è già di per sé motivo di realizzazione, ma forse è vero che la società moderna, nella sua frenetica corsa alla ricerca del sé ideale, lo percepisce sempre meno come tale.

Eppure sono molte le persone sole, e sono molte anche le ragioni, talvolta penose, e spesso moderne, per cui qualcuno si trova nella condizione di persona sola: scelta, destino, eventi familiari che privano l’un coniuge dalla vicinanza dell’altro come separazioni, divorzi, oppure la morte di uno dei coniugi, molti anziani sono persone sole. Dico subito: rispetto profondamente ogni libera opinione e scelta, ma attribuirei la rosa alle madri educatrici a tempo pieno.

Questa epoca elegantemente chiamata postindustriale o dell’informazione, ma che andrebbe più propriamente chiamata dell’individualismo è diventata il paradiso dei paradossi e delle contraddizioni. Mentre ci si compiace per un ipotetico superamento della società industriale, ci si affanna a far delle donne una forza lavoro, imponente conferma che il ruolo di mamma, più non è abbastanza valutato nella società (progredita e moderna?), e che la famiglia lascia sempre più all’individuo la funzione di cellula basilare della società.

Asili nido, lavoro part-time, ecc. si vorrebbe fossero le vie per una società migliore, (ma siamo in una valle e chi vorrebbe lasciare un bambino all’asilo nido in Valle di Blenio per andare a Bellinzona a fare un part-time (e magari pretendere che ci vada con i mezzi pubblici) ?

Oggi come oggi si sfugge facilmente dalle considerazioni umane e antropologiche per cadere in argomentazioni di carattere economico/finanziarie della famiglia. Risolverei, invece, i problemi alla radice: incentivi semmai per consolidare il concetto di famiglia, mossa allo sviluppo economico della Valle perché migliori la qualità e quantità dei posti lavoro, aiuti non del tipo “mille interventi”, ma diretti e commisurati alle necessità della singola famiglia (o persona sola) che fatica.

Qualcuno doveva pur ricordare anche le persone sole: niente contro un asilo nido ma propendo per una offerta a pagamento, altrimenti aggiungiamoci una mensa, e una sartoria, con i soldi pubblici, per le persone sole che pur devono lavorare, e/o vivere la loro condizione.

Buon fine settimana.
Ursula
am: 7.3.2009 17:45
Ciao Erika
nessuno ha ecluso a priori aiuti diretti alla famiglia, per chi desidera o può rimanere a casa...ci mancherebbe altro.
La socialità in materia familiare deve poter porre le basi per permettere davvero alle famiglie di scegliere se uno dei coniugi vuole rimanere a casa o se entrambi vogliono lavorare (quindi anche offrire aiuti diretti alle famiglie) e per coloro che non possono scegliere offrire loro la possibilità di riuscire a conciliare famiglia e lavoro.
Ci mancherebbe il contrario...anzi io sono a favore di questo tipo di aiuto. Ho solo detto che l'asilo nido (anche investire in una nuova struttura che in valle non esiste per me ha senso, se esiste il bisogno) lo vedo complementare ad altri tipi di politica in materia di socialità. Per cui mi piace il discorso intelligente e sensibile di Mara riguardo di aiuti diretti, che ritengo anche io essere uno strumento importantissimo da attuare.
erika
am: 7.3.2009 4:00
Al di là di qualsiasi diritto (p.es. al lavoro) o decisione che ognuno prende per la sua famiglia, e che vanno sicuramente rispettate (ci mancherebbe!!!), siamo tutti d'accordo sul fatto che i soldi pubblici vadano spesi bene.
Ma sono spesi bene se usufruiscono di strutture sociali tutti indistintamente, anche coloro che non hanno bisogno di far quadrare faticosamente i conti a fine mese? Anche la possibilità di far pagare una quota più alta per accedere alla struttura pubblica, questa quota in generale non coprirebbe il totale dei costi effettivi e dell'investimento calcolato per ogni ospite. Resterebbe sempre una parte a carico dello Stato, cioè di noi tutti.
Sono pienamente d'accordo che chi deve assolutamente lavorare altrimenti non arriva alla fine del mese, possa usufruire gratuitamente delle strutture come gli asili-nido.
Ma la vera socialità non potrebbe consistere anche nell'AIUTO DIRETTO E MIRATO ALLA FAMIGLIA, invece che investire sempre e solo in nuove strutture?
Almeno si potrebbe fare un pensierino in tal senso, e non escluderlo a priori.
marcello
am: 6.3.2009 23:36
Una brevissima replica a Gina riguardo i miliardi dati a UBS per salvarla dal fallimento: contrariamente alla Repubblica del Canton Ticino, Berna ha la facoltà di stampare carta straccia, cosa che tutti gli Stati industrializzati stanno facendo nel vano tentativo di salvare l'economia.
Gina
am: 6.3.2009 16:10
Asili nido - un tema azzeccato mi pare, ora che andiamo verso l’8 marzo!

Condivido moltissimo ciò che dice Ursula, e in gran parte anche ciò che dice Marcello. È ingiusto moralizzare sulla scelta delle famiglie di far capo a un asilo nido, le cause di questa scelta possono essere molteplici, e gli studi dimostrano che i bambini che fanno quest’esperienza in tenera età assolutamente non presentano nessuna carenza più tardi. Anzi, come dice Marcello, saranno sicuramente più svegli e preparati che non i bambini che crescono davanti alla TV - ma neanche qui mi metterei a moralizzare.

Non mi va di moralizzare perché sarebbe un po’ puntare il dito contro chi, in prima linea, soffre degli sviluppi sociali degli ultimi anni, l’anello più debole. Più che volentieri mi batto per una società che lascia più tempo e respiro alla famiglia. Ma questo significa salari minimi decenti, posti di lavoro di qualità a diversi livelli, congedo maternità e/o paternità degno del nome, possibilità di lavoro part-time senza rischio di cadere nella precarietà, garanzia per un periodo prolungato di poter ritornare al proprio posto di lavoro dopo una “pausa-baby” e via dicendo. E qui vedo che stiamo solo facendo passi indietro.

Per quanto concerne soldi pubblici e lo spreco di essi: a mio parere i soldi pubblici investiti in buone strutture d’accoglienza per bambini, con sufficiente personale ben preparato e pagato in modo decente, non sono mai sprecati. Sono ancora più allergica a questo argomento in quanto la Svizzera ha dimostrato che i soldi ci sono, eccome, quando si tratta di salvare il settore finanziario e i bonus manageriali!

Agli fruitori si può chiedere una quota, che viene stabilita secondo il reddito della famiglia - più alta per chi guadagna bene, più bassa o addirittura nessuna quota per chi i soldi veramente non li ha.

E non per ultimo: con una struttura del genere a metà Valle forse una qualche famiglia "esterna" sarebbe più invogliata a trasferirsi qui, e questo sì che è linfa per la Valle!

Per Mara: il fatto che ti occupi del tema "asili nido" anche se non hai bambini tu stessa ti onora, non pensare di non avere voce in capitolo! In effetti, i bambini non sono unicamente "affare privato", ma anche di società.
UN ASILO NIDO IN VALLE DI BLENIO?
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